Ci si meraviglia invano dell’apparente paradosso che governa le coscienze di coloro che scrivono di palii e paliotti confrontandoli con la virtù di Siena; è palesemente la voce degradata di chi subisce un’inferiorità tanto svelata da far quasi compassione… Non può esservi al mondo altra legge che la legge della storia, la giustificazione definitiva ad ogni argomento. A Siena la storia la si respira in ogni mattone. L’opportunità di riservare esclusivamente la parola “palio” a Siena resta per me un’inutile appropriazione, non tanto perché “di palio ce n’è uno…”, e questo lo sappiamo bene tutti (incluso l’autore dell’articolo sulla Sagra del Carroccio!), cosa che rende a mio giudizio inutile ogni atto di forza, quanto perché così facendo si legittimerebbero in qualche modo le aspirazioni di molte altre località a far considerare le loro manifestazioni sullo stesso piano di qualità del Palio di Siena. Non è mia intenzione dispensare giudizi sulle altre feste, ciascuna possiede la propria dignità (indegno forse è vantarsi e proporre paragoni imbarazzanti!), ciò che domando a chiunque sia un osservatore estraneo appassionato di storia, antropologia, folklore e società, è cosa gli accade, dopo aver visto il Palio a Siena, nel momento in cui gli capita di ritornare a vedere una qualsiasi altra festa locale a carattere paliesco?
Provo a rispondere proponendo una similitudine: provate a bere di nuovo il Tavernello dopo una barbera da duecentomila la bottiglia…
…Fino in fondo, per me, il solo valore è il silenzio.

Ah, è così bello / essere / vivi / tornare ai banchi
la mia bandiera in aria / due passi
avanti

Elmora